200 Delfino Beijing 2008. Michael Phelps e l’arte di vincere anche quando tutto va male.

WIN.

What’s Important Now.

Cos’è importante adesso?

È il 13 agosto del 2008. Notte fonda sopra tutta la Norvegia. Fernando Canales, assistente allenatore al circolo del Michigan, e sua moglie Mona Nyheim-Canales stanno guardando la televisione, seduti sul divano. Sono entrambi ex nuotatori di alto livello e ciò che stanno osservando trasmesso sul teleschermo è proprio una gara di nuoto. A migliaia di chilometri da lì, al Water Cube di Beijing, sta andando in scena la finale dei 200 farfalla uomini. Una finale, sulla carta, preannunciata. Lo speaker sta presentando gli atleti finalisti quando la telecamera zooma sul nuotatore in corsia 4. Ha la cuffia nera con la bandiera a stelle e strisce statunitense, posizionata sopra una uguale. Incastrati tra le due cuffie gli occhialini neri, Speedo Socket. Il nome è scritto in bianco, sotto la bandiera: PHELPS. Mona lo osserva attentamente, poi si volta verso Fernando e gli domanda: “Non ti sembrano strani la sua cuffia e i suoi occhialini?”

A posto. Via.

Era il 30 marzo del 2001, ad Austin, Texas, quando Michael Phelps dava il via all’onnipotenza col quale gestiva quella gara. La SUA gara, i 200 delfino. Sette anni dopo, durante i quali non li aveva mai persi, quel 13 Agosto, al via, Michael si tuffa in acqua. Dopo la subacquea, come consuetudine, è in testa. Vira al 50 secondo, e da lì inizia la sua progressione. Bracciata dopo bracciata il distacco tra lui e gli altri nuotatori va ad aumentare quando ai 75, e da lì in poi per tutta la gara, si comincia a notare un comportamento insolito nella morfologia della sua bracciata, non da Michael, leggermente, si accorcia. Quasi nessuno lo nota, i più esperti, però, aguzzano la vista. Sua sorella Whitney, in tribuna a tifarlo, inquieta dice alla madre: “Ha la bracciata stretta”.

Come andò a finire quella gara poi tutti lo sappiamo, ma quello che successe in realtà e che è la causa di quella nuotata strana nessuno che stesse guardando quella gara poteva saperlo. Un anno dopo, all’uscita del libro sulle otto medaglie d’oro, Michael rivela al mondo ciò che realmente accade una volta che il giudice dà il Via.

Al tuffo, impattando con la superficie dell’acqua, gli si rompe la guarnizione degli occhialini, che cominciano a imbarcare acqua. Per i primi 50 metri la situazione è gestibile, Michael pensa di poter proseguire al meglio la gara in quelle condizioni, ma poi vanno a peggiorare. Al 75 gli occhialini sono riempiti di acqua fino a metà, al 100 sono totalmente inondati. Michael non riesce a vedere niente, è come nuotare al buio, il muro appare invisibile e la striscia nera e la T sono scomparse, e ci sono ancora 100 metri da percorrere. Come fare?

WIN.

Bob Bowman ha molte massime interessanti. Una di queste è WIN: What’s Important Now, Cosa è importante in questo momento, ed è l’acronimo con cui sintetizza l’approccio mentale con cui Michael affronta le gare. Il senso è questo: quando è il momento, e cioè quando Michael deve essere concentrato e mentalmente pronto, riesce a fare tutto il necessario per raggiungere il suo traguardo, in qualsiasi situazione. Anche quando la condizione fisica non è delle migliori, quando tutto gira male, quando, in finale olimpica, gli entra l’acqua negli occhialini.

WIN.

Michael, allora, comincia a contare. Sa perfettamente il numero di bracciate che, a seconda del numero della vasca, gli ci vuole per raggiungere il muro. 18, per la seconda vasca, 19 per la terza. Michael continua a correre, ignaro di tutto ciò che sta accadendo intorno a lui, in testa solo il numero progressivo delle bracciate che va ad aumentare ad ogni respirazione. 17… 18… Alla diciannovesima Michael si allunga, cerca il bordo, lo tocca, vira. Rimane solo l’ultima vasca adesso. Michael sente il pubblico rumoreggiare ma non riesce a capire se è per lui, per qualcun’altro, pensa solo a correre. 19… 20… 21… Si allunga… Tocca il muro. Si leva immediatamente gli occhialini, guarda il tabellone.

1 52 03.

WR.

Ha appena vinto un’altra medaglia d’oro. Ha infranto il Record del Mondo che aveva stabilito a Melbourne. E tutto questo con gli occhialini pieni d’acqua, senza poter vedere niente.

In seguito, ai giornalisti, darà voce alla sua delusione, rivelando che il suo obiettivo iniziale era 1 51 01 e in quella gara non avrebbe potuto essere più in forma.

Noi non sappiamo se l’avrebbe fatto o no se tutto fosse andato per il verso giusto, e non vogliamo nemmeno saperlo. I se e i ma li lasciamo agli stolti. Ma Michael, lascia che ti diciamo una cosa. Se col tempo che ti eri prefissato volevi dare una dimostrazione di onnipotenza fuori dal comune al mondo, anche così ci sei ampiamente riuscito.

Articolo di Gabriele Spera (IG: @littlebiggabe)

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